La riabilitazione nel “recupero e rieducazione funzionale”, ma questa definizione limita il campo alla singole funzioni cognitive, estraendo il soggetto dall’ambiente, dal contesto fisico, psicologico e sociale nel quale la funzione va esercitata.
La riabilitazione cognitiva si avvale di un intervento di tipo sostitutivo, protesico e ambientale, in grado di stimolare le funzioni cognitive e rieducare il soggetto all’autonomia intra ed extra familiare. Una buona descrizione di che cosa significhi oggi riabilitazione può essere questa, elaborata nei primi anni ’90:
La riabilitazione neurocognitiva (o neuropsicologica) è in grado di produrre risultati significativi, la cui valutazione e riabilitazione neuropsicologica consiste e comprende tutti quegli interventi e strumenti tesi a stimolare le capacità cognitive del paziente con particolare riferimento alla memoria, all’orientamento spaziale e temporale, all’attenzione visiva, al linguaggio, alla logica e alle abilità grafico-manuali.
La valutazione comprende anche un colloquio clinico di raccolta di informazioni e dati relativi alla storia del paziente.
Diagnosi neuropsicologica (comprende anche la valutazione tramite test di memoria attenzione linguaggio etc) in adulti con patologie neurologiche (demenze, traumi cranici, ictus etc.):
La durata dell’esame è di circa due / quattro ore dipende dal tipo di problematiche riportate, dalla velocità di esecuzione dei test e dalla quantità di test proposti. Viene prodotto un referto che tiene conto di tutti gli aspetti indagati, riportando sia dati quantitativi che qualitativi.
La valutazione neuropsicologica è indicata nello studio di diverse patologie: demenze, trauma cranico-encefalico, esiti di ictus, interventi neurochirurgici, quadri di diminuzione dell’efficacia cognitiva, per fini clinico-diagnostici, riabilitativi, pensionistici, medico-legali.
L’efficacia si esprime nella generalizzazione dei miglioramenti raggiunti in terapia alle attività di vita quotidiana. Un risultato osservabile esclusivamente nel materiale utilizzato durante il training infatti, non è sufficiente a definire l’efficacia del trattamento.
Nei quadri clinici più severi, nei quali l’estensione della lesione è tale da compromettere gravemente una o più funzioni, la riacquisizione funzionale può realizzarsi instaurando meccanismi di compenso basati su strategie diverse da quelle premorbose e implicare l’intervento di aree cerebrali diverse da quella originaria: in tal senso non si tratterà più di recupero, ma di sostituzione di funzioni.
“La plasticità è una proprietà del cervello umano che permette di sfuggire alle restrizioni del suo corredo genetico e di adattarsi alle modificazioni ambientali, alle variazioni fisiologiche e all’esperienza” (Pascual-Leone et al., 2005).
Grazie al contributo delle Neuroscienze negli ultimi venti anni, è accertata la capacità plastica del Sistema Nervoso Centrale, nel giovane come nell’adulto, di riorganizzarsi in seguito ad una lesione.
Tale riorganizzazione può esprimersi anche in tempi rapidi rispetto all’evento lesionale, come nelle lesioni vascolari o nel trauma cranio-encefalico; la capacità del cervello di adattarsi ad una condizione nuova ed improvvisa avviene anche in virtù dell’elevata dinamicità delle connessioni cerebrali.
I neuroni infatti modificano costantemente le loro connessioni sinaptiche, in risposta alla stimolazione ambientale, all’apprendimento, all’esperienza ed al programma genetico (Kandel, 1998); la neurogenesi è attivata o inibita da stimoli ambientali, farmacologici, ormonali, dagli esercizi fisici, dai ritmi circadiani, etc. (Nottebohm, 2000).
Il cervello quindi è in relazione con l’ambiente, che svolge un ruolo fondamentale nel processo di neuroplasticità: vi è, in tal senso, una continua interazione tra struttura (cervello-mente) ed ambiente.